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E' proprio quando intorno non vediamo né titani né idee
che bisogna mettersi a progettare e a pensare.
Siamo in una società influenzata dal supermarket del consenso; o meglio siamo immersi in un fluido comunicativo nel quale gli slanci annaspano e affondano, nel quale i sentimenti e le passioni sono convenzionali, utilitaristici e comunque provvisori, nel quale ogni comunicazione o parola viene pesata e giudicata non in base alla verità che contiene, ma in base al gradimento e alla compiacenza che riesce a suscitare.
Tutto questo rallenta, rende esitanti e balbettanti.
La presunzione di verità equivale alla presunzione di menzogna: ma se la prima è spiacevole, viene senz'altro accantonata e si sdogana la seconda.
Quello che si può dire o non dire non si pesa con il metro della giustizia, ma della convenienza; e chiamiamo "corretto" ciò che non mette in discussione e non dà fastidio.
Il risultato è che "tollerante" e "tolleranza" non sono l' habitus del dialogo, ma sono le vesti smesse dell'ipocrisia.
Eppure mai come oggi la tecnologia ci fornisce strumenti eccellenti per la verifica della verità o per la sua ricerca; un esempio è la velocità con cui il web ci permette di accedere al pensiero altrui e di confrontare le idee.
Invece accade il contrario: ho seguito ed osservato il processo della nascita delle opinioni su blog per qualche tempo e mi sono preoccupata; faccio solo due esempi: uno di ambito politico, e l'altro di ambito, per così dire, etico.
Il primo : come si è valutato nei post pubblicati sui blog l'evento delle primarie del nascente Partito Democratico.
Il secondo: come si è valutato nei post pubblicati sui blog la posizione di Benedetto XVI su alcuni farmaci.
Ebbene nell'uno e nell'altro caso la maggior parte dei blogger non hanno espresso immediatamente il proprio pensiero; hanno continuato a girare intorno e a cincischiare sull'argomento e, prima di postare le proprie idee, hanno aspettato gli articoli e i commenti dei cosiddetti grandi quotidiani nazionali; ma non li hanno letti di prima mano, hanno aspettato quello che le trasmissioni televisive del mattino, o i vari Ballarò, Porta a porta, Anno zero e così via ne hanno estratto.
Solo dopo i blog si sono accesi di post, colorati e connotati a destra o sinistra.
Pochissimi hanno infatti scritto le proprie opinioni formulate autonomamente o in un confronto con persone simili o diverse da loro.
Casa significa questo?
La mia ipotesi più pessimista è che abbiamo smesso già di pensare un pensiero attivo, e riusciamo solo a pensare di rimessa.
Quella meno pessimista, ma più avvilita, è che abbiamo paura di pensare da soli.
Alla seconda ci sarebbe rimedio: a patto di non risolvere la nostra paura andando pensare per emulazione insieme ai grandi fratelli mediatici e a nostra grande sorella tv.
A me piacerebbe infatti che in molti approfittassimo della rete per cominciare a pensare simultaneamente a ciò che ci circonda traendone riflessioni e che, pensando insieme, si riuscisse a usare la connettività dei blog su web per dare vita a pensieri autonomi e creativi.
Altrimenti la tristezza prevarrà e genererà anoressia mentale.
Non gioco con le parole.
Se smettiamo di nutrire il cervello, se non lo stimoliamo e lo costringiamo a lavorare, ma lo gonfiamo di scorie e barrette mediatiche, potremmo aver perso questa stupenda occasione che la connettività mediatica offre a tutti.
E potrà accadere che smetteremo di usare la nostra mente per ingrandire i nostri occhi rimpicciolendo il nostro cuore.
mariaserena