Giovanni Pascoli – MYRICAE – Alberi e Fiori
IL DITTAMO

Dittamo nato all’umile finestra,
donde pel Corpusdomini sorrisi
alla soave tra fior di ginestra
e fiordalisi
processïone; io so di te, che immensa
virtù possiedi ne’ chiomanti capi,
cespo lanoso ed olezzante, mensa
ricca dell’api.
Te, con la freccia tremolante al dosso,
cerca nei monti il daino selvaggio,
farmaco certo - di lui segue un rosso
rigo il vïaggio -
Dittamo blando per la mia ferita
l’avete, o balze degli aerei monti,
dove nell’alto piange la romita
culla dei fonti ?
Bianche ai dirupi pendono le capre;
l’aquila passa nera e solitaria;
sibila l’erba inaridita; s’apre,
sotto il piè, l’aria.
Giovannino Pascoli chiede al dittamo, pianta medicinale dalla rosata infiorescenza , se l’umile fiore selvatico abbia un possibile sollievo per la sua ferita. Non dice, e forse non vuole dire, quale sia questa ferita.
La simbologia è sottile e quasi malata. Dedicata a chi ama la complessità.
Il dittamo, aggiunge il poeta, lo cerca il daino selvaggio e lo cercano le api che ne fanno un dolce miele.
Il dolce miele è citazione frequente anche in altri testi pascoliani: emblema della poesia stessa che spesso la rozzezza umana considera qualcosa di futile e inutile.
Il daino selvaggio invece potrebbe chiamare alla mente l’immagine sacra del cervo, che cerca l’acqua viva.
Non inganni l’umile finestra a cui il dittamo è nato. La pianta possiede immensa virtù. Come immensa virtù possiede la domenica del Corpus Domini, e quello che essa celebra. E non a caso Giovanni Pascoli apre il testo con la duplice visione: il dittamo che nasce sulla finestra da dove lui sorrideva (rasserenato?) alla processione del Corpus Domini.
Un interrogativo resta, tra i tanti, irrisolto: perchè lunghe parole sospese prima che l'aggettivo soave dica a chi si riferisce il sorriso del poeta congiungendosi finalmente con la processione?
Poesia non sacra, ma finissima, ricercata ed elaborata.
Mai abbastanza scavata ed indagata.
(Mariaserena)
