La meritevole professione docente tra MERITO ed EDUCAZIONE
Quando si è iniziato a smantellare il merito? 
Questa è la domanda che i restauratori zelanti si dovrebbero porre.
L’Italia è stato un paese in cui, in tempi non troppo lontani, c’era spazio per laureati colti e impegnati nella professione,come per gli operai bravi e dediti al lavoro o gli artigiani abili e competenti. C’era spazio anche per i bravi docenti che non aspiravano ad emergere carrieristicamente, ma godevano di prestigio, di rispetto ed erano gratificati dal loro lavoro. C’era ammirazione anche per ragazzi e ragazze bravi e studiosi e le loro famiglie.
Poi sono prevalse altre logiche, tra le quali quelle delle cordate e delle appartenenze.
Ora si riparla di merito; ma è una pianta che nasce stentata e a fatica.
Il merito non è un talento, è frutto dell’educazione. Quindi deve essere coltivato.
Infatti è l’educazione che instilla il senso del dovere, che fa apprezzare la gratificazione nel risultato di ciò che si fa e non nell’approvazione.
E’ l’educazione che insegna a bastare a se stessi nei momenti difficili: l’autonomia di una persona è un bene prezioso che si è perso.
E’ l’educazione che induce ad avere come riferimento il bene sociale, la soddisfazione di contribuire al miglioramento della società. E potremmo continuare. Aggiungo solo che è l’educazione che ci ha dato il senso di avere comunque una missione che ci attende.
Questo è il senso del dovere.
Non è facile ricostruire quello che anni di cialtronismo (mi scuso per il temine) pseudointellettuale ha distrutto. Non è facile restaurare il senso di sé e riproporre un modello di persona dignitosa e che non chatta o telefona ogni momento all’amica o all’amico, ma cerca prima di rendersi emotivamente e intellettualmente presentabile.
Non sarà facile, dunque, ricondurre i nostri ragazzi sulla strada della vita vera.
Abbiamo subito, (e molti hanno accettato e promosso) l’idea che un bambino o un ragazzo dovessero “essere come gli altri” o anche “non sentirsi diversi”.
Ma dobbiamo dire e trasmttere con forza ai nostri ragazzi la convinzione che non è questa l’eguaglianza.
L’eguaglianza non è un copia/incolla del modello velina o tronista. E nemmeno del bullo di turno. Né vestire il jeans sponsorizzato da chi ha travolto e ucciso, da ubriaco, persone innocenti e le ha lasciate sulla strada, nè pettinarsi e dimenarsi come la modella cocainomane di turno.
L’eguaglianza sta nel diritto, non nella personalità.
Essere uguali significa sapere che possiamo essere socievoli o meno socievoli, eleganti o meno eleganti, belli o meno belli, vestire firmato o no, amare lo studio o studiare per dovere, amare il cinema (o il ballo, o la pittura, ecc) o non amarlo, piangere per una poesia o riderne e così via, andare in campeggio o odiare le formiche e tutti gli insetti del mondo, ma essere comunque individui rispettati perché siamo persone corrette e che fanno il proprio dovere.
Un’ultima riflessione: le vittime del bullismo sono ragazzi/e meno belli o troppo belli, molto studiosi o incapaci di aggressività: insomma non omologati e non conformisti rispetto al costume diffuso nel loro ambiente.
Una pessima idea di uguaglianza dunque; un’interpretazione delinquenziale.
La meritevole professione docente può fare molto per restituire valori e sicurezze ai giovani. Ma deve ritrovare forti motivazioni personali.
Qualcuno già lo fa.
Mariaserena