Chi mi conosce sa che il mio cuore ha sempre battuto a sinistra, per tradizione familiare, per convincimento personale e, innanzitutto, per radicata idealità etica. Adesso non so ancora per quanto, visto anche l’avanzare dell’età, quel regolare e forte pulsare potrà continuare a subire le continue scosse e i forti colpi che gli stanno assestando da ogni lato. A quelli del centro e della destra, il mio stanco sistema cardiovascolare si era da tempo, per così dire, assuefatto. D’altro canto, è nell’ordine naturale delle cose del mondo che si possa subire una sconfitta elettorale. Così come è nell’ordine naturale delle idee, specialmente politiche, che esse attraversino momenti, anche profondi, di crisi e di trasfigurazione. Quel che non è naturale, o almeno non è usuale, è che si assista ad una sorta di irrefrenabile autodafé, di compulsiva ed isterica opera sistematica di autolesionismo e di autodistruzione da parte della sinistra italiana. Prima ho usato la metafora medicocardiaca, ora adopero quella bellica che, nella gloriosa tradizione marxista e comunista, ha dato vita alla famosa immagine usata da Gramsci: la necessità, quando si è subita una sconfitta, di passare dalla guerra frontale, che provocherebbe solo disastrose disfatte, alla guerra di posizione, fatta di lenti avanzamenti, di nuovi tentativi di posizionamento, di conquiste graduali delle casematte del nemico. Il fronte della sinistra, invece, appare letteralmente impazzito e incapace di qualsiasi tattica, tanto da rivolgere spesso le proprie armi contro se stessa: il famoso e tante volte agitato spettro del “fuoco amico”. I due corpi d’armata della sinistra – si fa per dire – vanno ognuno per suo conto. Quello più piccolo della sinistra radicale e comunista ogni tanto fa sparare le sue batterie ad alzo zero, ma solo per far sentire la sua voce e per rassicurare le sue milizie prese dallo scoramento, ben sapendo che il massimo del suo obiettivo a breve e medio termine è quello di riconquistare il suo posto, pur piccolo, ma legittimo, nelle istituzioni parlamentari. Quello più grande del Pd sta ammassando truppe per lanciare l’offensiva d’ottobre, senza rendersi conto che nella strategia propagandistica (i milioni di firme che gli italiani stanno o staranno apponendo sotto l’appello anti-Berlusconi sono nient’altro che propaganda per una retorica chiamata alle armi, senza contenuti programmatici seri e credibili) il presidente del Consiglio in carica è maestro poco imitabile, come mostrano, tra l’altro, i consensi che ha ricevuto e riceve proprio dalle nostre parti. Visto che molto si è parlato – a proposito ed a sproposito – in questi giorni di analogie con il fascismo, vorrei farne una anch’io questa volta tra la raccolta di firme e la raccolta d’oro per la patria e i suoi cannoni, che ebbe un grande effetto propagandistico, salvo l’esito catastrofico dell’avventura bellica mussoliniana. C’è poi il drappello dipietrista, di cui mi libero subito, giacché non lo ritengo assimilabile, per il suo populismo giustizialista, al modello che io ho conosciuto e vorrei ancora conoscere di sinistra socialista e democratica. Mi aspetterei dunque da una sinistra seria e combattiva una capacità quotidiana di risposta punto per punto, problema per problema, su questioni decisive: ad esempio una iniziativa che, come ha proposto intelligentemente Bersani, restato purtroppo inascoltato, mostri i limiti e i danni della manovra Tremonti, facendosi però capire e appoggiare dalla gente. A me, invece, povero cittadino della Campania tocca assistere allo stucchevole e insipiente dibattito sulla mancata firma di Bassolino sotto l’appello di Veltroni. E si sono scomodati filosofi, opinionisti, sociologi per dare una valutazione su questo, si fa per dire, epocale evento, Si sono scomodate categorie e idee di partito centralista o democratico, federale o nazionale. E Berlusconi continua a viaggiare imperterrito sulla sua scopa volante, sorretta dalla forza propulsiva dei sondaggi. E la mia sinistra? Sta lì smarrita, senza programmi capaci di mobilitare consensi ed opinioni e, quel che è peggio, senza generali, ma con tanti piccoli colonnelli rissosi, ognuno alla testa di micropartiti e microcorrenti, preoccupati soltanto di salvare lo scanno sul quale sono riusciti ad arrampicarsi, e neanche per capacità proprie.
Giuseppe Cacciatore
