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Io ho iniziato, nelle scorse settimane, a presentare ai lettori le principali riforme progettate dall’attuale maggioranza governativa e mi riprometto di continuare a farlo, compatibilmente con eventuali spunti di attualità. Io ritengo, infatti, che la pubblica opinione abbia idee assai approssimative sui problemi della giustizia e sulle possibili soluzioni e che sia, invece, necessario sensibilizzare gli elettori, anche in vista di possibili sviluppi referendari delle riforme programmate. Oggi, però, vorrei limitarmi ad esaminare due innovazioni profondamente rivoluzionarie, che sono state prospettate, ma certamente non diventeranno legge delle Stato. La prima riguarda le modalità di assunzione dei magistrati. La Lega Nord invoca periodicamente, da anni, l’elezione popolare dei magistrati o, almeno, di quelli del pubblico ministero. I leghisti prendono spunto dall’endemico sconfinamento di parte della magistratura (segnatamente di quella inquirente) nel campo della politica per sostenere la necessità di una legittimazione del magistrato, da parte del popolo sovrano, cui appartiene il potere politico e nel cui nome si esercita lo stesso potere giudiziario. La tesi, in astratto, è certamente sostenibile. Non mancano, invero, paesi di avanzata democrazia, come gli Stati Uniti d’America, nei quali una parte rilevante della magistratura (in particolare i capi degli uffici inquirenti) è di nomina elettiva. Questa riforma, come annunciavo in principio, non si farà. Nessun’altra forza politica, infatti, sostiene la proposta leghista, che comporterebbe una riforma costituzionale. Il principio che i magistrati sono scelti mediante pubblico concorso è contenuto, infatti, nel testo vigente della Costituzione. In concreto, del resto, la nomina elettiva dei magistrati non è affatto auspicabile, per il semplice motivo che la democrazia, oggi in Italia, non è avanzata né profondamente radicata. La magistratura ha un livello medio, sul piano culturale e su quello etico che, se pur degradato rispetto alle precedenti generazioni, resta di gran lunga superiore a quello degli eletti del popolo nei parlamentini locali. La riforma proposta dalla Lega determinerebbe un allineamento del personale della magistratura ai consiglieri regionali, provinciali e comunali, una prospettiva che, in verità, mi sembra terrificante. La seconda riforma, proposta timidamente da isolati esponenti della classe politica, attiene anch’essa, in un certo senso, ai criteri di scelta dei magistrati, ma procede in senso opposto. Si propone, infatti, di scegliere i membri togati del Csm non più con il metodo elettivo, bensì mediante sorteggio. La proposta non è nuova. Essa fu prospettata, parecchi anni fa, da un insigne collega che, all’epoca, rivestiva la carica di Procuratore generale presso la Corte d’appello di Napoli ed io stesso formulai, su queste colonne, apprezzamento ed adesione. Si tratterebbe, infatti, di una grande rivoluzione, capace di estirpare la correntocrazia, vero e proprio cancro che sta uccidendo la giustizia. Private del potere di selezionare i candidati fra coloro che hanno dedicato il proprio impegno alle attività associative, sottraendolo al lavoro giudiziario, le correnti perderebbero, infatti, il controllo dell’organo di autogoverno. La distruzione di un perverso sistema di potere, purtroppo, non interessa le maggioranze, tranne che non abbia la funzione di instaurare un sistema nuovo, altrettanto perverso ma di segno diverso. Il sorteggio, invece, distruggerebbe le correnti senza creare nuovi centri di potere. Questo spiega a sufficienza perché una tale riforma, auspicata da poche persone di buon senso, non sarà mai approvata.
Pietro Lignola
Alto Magistrato
