
Quando l’amica
Mariaserena mi ha proposto di partecipare all’iniziativa anti-pedofilia (mi scuso per il ritardo, mi sono confusa con le date), mi è subito venuta in mente una poesia di William Wordsworth,
The Rainbow, per via di uno dei suoi versi, che mi aveva colpito già ai tempi del liceo:
The Child is the Father of the Man (ovvero,
il bambino è il padre dell’uomo). Era infatti ferma convinzione di Wordsworth che i bambini fossero in comunione con la Natura, e che avessero con lei una sorta di “canale di comunicazione privilegiato”; e per questo motivo era altresì convinto che attraverso gli occhi e le parole dei bambini gli adulti potessero riscoprire e rinvigorire il contatto con il mondo naturale che li circonda.
Il pensiero di Wordsworth mi trova concorde, e oggi come allora i bambini continuano ad essere il nostro “occhio disincantato sul mondo”: le loro azioni e i loro ragionamenti sono privi delle piccole grandi macchie (paura, ipocrisia, invidia, rabbia, frustrazione o peggio) che spesso annebbiano i cuori e le menti dei “grandi”. Vedere la realtà attraverso gli occhi dei bambini è un modo per noi adulti di riscoprire il mondo, e di ristabilire un contatto con la Natura, con gli altri e persino con noi stessi, contatto che altrimenti sarebbe perduto per sempre. I bambini sono anche fonti inesauribili di scoperte e di gioia, sia per sé stessi sia per tutti noi. Basta pensare a cosa abbiamo provato, direttamente o indirettamente, vedono un bimbo muovere i primi passi, o sentendo uscire dalla sua bocca le prime paroline. Camminare e parlare sono cose che facciamo tutti più volte al giorno (e spesso fin troppo), così come lo sono correre, andare in bicicletta, scrivere il proprio nome su un quaderno: ma quanto significato in più acquisiscono queste stesse azioni se compiute da un bambino, i cui piccoli grandi passi sono per noi che li amiamo quasi più importanti delle conquista scientifche del CERN.
Vorrei fare una piccola divagazione, che ritengo doverosa, per rendere omaggio ad una piccola vittima di questo male; e lo faccio perché fino a quando non ho sentito parlare del suo caso non sapevo che l’essere umano fosse in grado di concepire un male così orrendo come la pedofilia. Io avevo 16 anni, e la piccola vittima si chiamava e si chiama Simone Allegretti. Ricordo di aver pianto per notti intere per lui e per la sua famiglia; piangevo perché non capivo come si potesse fare del male a dei bambini, piangevo perché sentivo nel cuore le urla di dolore della madre e del padre di quel piccolo innocente, e piangevo anche per me, perché sentivo che una parte della mia innocenza, del mio “occhio disincantato” se ne era volta via in cielo insieme a Simone. E perdere una parte di noi fa sempre male. Il nome del porco che ha stroncato quella piccola vita (Simone aveva 3 anni, se non sbaglio) lo ricordo bene, così come ricordo il suo ignobile volto, apparso in TV e sui giornali; ma non troverà spazio tra queste righe, perché questo non è il suo posto. Il post che sto scrivendo è dedicato a tutti i bambini come Simone (che purtroppo sono tanti), a tutti gli adulti come i suoi genitori, che hanno sofferto e che continuano a soffrire, e anche a tutti noi, i cosiddetti “normali”, quelli che, come me, delle pedofilia hanno solo esperienza indiretta.
Un bambino che subisce abusi sessuali ne porta i segni per tutta la vita. A questa frasi molti obiettano che con l’analisi tutto si può curare, e forse è vero: io non sono una psicologa. Mi chiedo però se possiamo noi, società che si definisce civile e attenta ai bisogni dell’individuo accettare che una famiglia paghi anni e anni di cure psicanalitiche al proprio bambino; se possiamo accettare che mentre Paolo, Lucia, Marco e Simona passino i loro pomeriggi a giocare felici al parchetto (sotto lo sguardo tenero e vigile del nonno o della mamma), i loro coetanei Marcello, Amelia, Filippo e Teresa passino i loro pomeriggi chiusi in uno studio polveroso a rievocare episodi bui, sporchi e ignobili che la loro infanzia non avrebbe dovuto vivere; se possiamo accettare seriamente e serenamente che mentre Pamela e Andrea diventano adulti complessi e completi, si innamorano, vivono una sessualità matura e responsabile e danno vita a loro volta a dei figli, i loro coetanei Alessandro e Giuliana diventino adulti incompleti e complessati, con la mente e il cuore martoriati e oppressi da incubi continui, incapaci di stabilire qualsivoglia tipologia di relazione perché afflitti da un senso di inadeguatezza, sporcizia e, peggio ancora, di colpa.
Abbiamo mai pensato, poi, a cosa vivono i genitori? Di quale dolore, di quale disperazione sono vittime, anch’essi innocenti? I genitori di oggi non devono solo preoccuparsi che i propri figli si droghino, si ubriachino, fumino sigarette: devono anche temere che i loro figli, fin da bambini, fin da quando sono la rappresentazione vivente di ciò che è puro, incontaminato, sacro, finiscano vittime di animali che li rendono schiavi di un incubo, trasformando la loro infanzia da momento di crescita gioiosa e giocosa in una memoria sporca, violenta, immonda.
La pedofilia è forse il flagello peggiore che si possa infliggere ad una famiglia, perché tutti gli equilibri e tutte le certezze vengono meno, soprattutto quando il mostro è un parente, un amico, in alcuni casi orribili lo stesso genitore. Adulti e bambini ne escono a pezzi, nel corpo e nello spirito; e quando il bambino viene anche ucciso (perché abusarne non è abbastanza) la voragine si allarga, invece di restringersi, perché al senso di vuoto dato dalla perdita del figlio e al senso di ingiustizia per le sevizie subite dal bimbo si aggiunge il senso di impotenza di un padre e di una madre che credono di non aver saputo proteggere la loro creatura. Non sono loro a non aver protetto abbastanza i loro pargoli: siamo anche noi colpevoli, noi che come i brutti e gli stupidi di oscar Wilde guardiamo lo spettacolo della sofferenza di questi esseri umani piccoli e grandi e invece di agire per loro e con loro stiamo fermi a discutere della moralità della castrazione chimica (che francamente paragonato a quello che farei io ad un pedofilo è persino un regalo), ci imbrigliamo nel dibattito sui diritti da concedere ANCHE ai carnefici, dimenticando di fatto le vittime e concentrandoci solo sul nostro bisogno di apparire magnanimi con i “fratelli che sbagliano”, e che a momenti inorridiamo più davanti ad un elenco di nomi di pedofili pubblicati su un giornale che davanti ai corpicini straziati dall’abuso e a volte anche dalla lama, o dal proiettile, o dalle sprangate.
Un bambino violato è un bambino a metà, che crescendo sarà per molto tempo un adulto a metà, schiacciato dal peso di un orrore inflittogli pur senza avere colpe da scontare. Non possiamo accettare che una parte di noi cresca violenta e amareggiata dalla vita avendone vissuto solo gli albori. Non possiamo nemmeno lasciare che ad altri esseri umani venga spaccato il cuore il due per l’incontinenza aberrante di qualche individuo che dovrebbe essere invece internato e messo in condizione di non nuocere. Il pedofilo non colpisce i figli “degli altri”, non massacra le coscienze e gli animi “degli altri”. Un pedofilo viola tutti noi. E io non voglio essere violata.