Non che abbia mai pensato di bocciare qualcuno per la condotta. Anzi. Per una mia insopprimibile propensione verso le situazioni complesse ho sempre accettato la sfida dell’educazione, anzi l’ho cercata forse con un eccesso di fiducia nelle mie reali possibilità. Di conseguenza ho sempre pensato che un problema di condotta fosse troppo complesso perché sia schematizzato in una valutazione numerica.
Però una convinzione non è una lapide di bronzo che perenne si staglia a definire una sentenza o un motto. Una convinzione si basa su l’elaborazione di dati in nostro possesso e sui nostri principi morali, sociali che per un insegnante sono anche didattici ed educativi.
Credo che nessun voto possa essere usato come uno strumento-arma-totale, né quelli di condotta né quelli di profitto.
Un voto è, a mio avviso, una misura. Una misura esiste perché stabilisce una convenzione accettata dalle due parti.
Per cui si potrebbe dire : “Io misuro il tuo rendimento perché ho competenze adeguate e ti ho fornito materia e strumenti di apprendimento e tu accetti la misura non solo perché sei venuto in una istituzione educativa che consideri rispettabile ed equa, ma perché vuoi capire quale sia il livello che hai raggiunto e come regolarti per il futuro.”
E’ evidente che una misura dovrebbe essere oggettiva.
E’ noto che metodi di valutazione oggettiva sono stati studiati, diffusi, sperimentati.
Nonostante ciò non esiste un’oggettività assoluta.
Non voglio percorre qui la comoda ma arida strada dei tecnicismi.
Preferisco raccontare esperienze.
Il voto di condotta mi ha fatto pensare alle mie alunne. Anche se, come ho già detto varie volte, le mie classi erano prevalentemente maschili, “le femmine” mi hanno talvolta esasperato, ma raramente hanno sfidato la situazione fino ad esporsi a punizioni dei consigli di classe.
Ma per una volta voglio ricordare le brave ragazze, o meglio quelle, per me, esemplari.
Ho già detto che credo poco nell’oggettività.
La mia studentessa esemplare è stata quella curiosa e intelligente, ironica e disposta a mettersi in gioco; è stata quella che studiava sempre, ma senza esibirsi, quella che non faceva la vittima cercando di fare apparire i compagni peggiori di quel che già fossero. Quella che riusciva ad avere un ruolo nella classe, ma senza presumere di doversi sentir dire ogni giorno “Quanto sei brava” oppure “Sei l’unica che ha capito”. Quella che prendeva appunti e li passava, quella che cercava di aiutare. Quella che non faceva “lecchinaggio” con nessuno. Non sono state molte. Ragazze toste. Rare ma grandi.
Però non potevo non comprendere anche le loro famiglie quando venivano ai colloqui dicendo. “Ma in che classe è capitata mia figlia? Che compagni ha? Siamo preoccupati.”
Le famiglie avevano ragione: si investe tutto sui figli e non si accetta che siano sfiorati dal branco; o lo si sopporta, ma si vorrebbero le giuste distinzioni. A volte però le famiglie vedevano solo ciò che volevano vedere.
Per questo penso che un’insufficienza in condotta, adeguatamente motivata anche se non risolve possa essere una terapia in alcuni casi seri.
Del resto quali altri strumenti abbiamo elaborato in tutti questi anni di lamentele sul degrado della realtà dell’istruzione?
E i soldi spesi in progetti dedicati al tema, che cosa hanno prodotto?
Non chiederei l’insufficienza in condotta per marcare l’esuberanza o l’indisciplina fronteggiabile con un rimprovero verbale o scritto; ma per stigmatizzare e distinguere il bullismo vero, la violenza o la volgarità reale, la reiterata mancanza di rispetto per la scuola e i compagni di ragazzi che non si adeguano alle regole ma vogliono sovrapporre le proprie.
Il discorso è lungo.
Ma fin tanto che la realtà giovanile resta un pianeta guardato con sospetto e tutto sommato molto giudicato e pochissimo conosciuto un paletto come il voto di condotta ci può stare.
E’ solo un paletto necessario a marcare un limite.
Attenzione a non considerarlo un rimedio universale.
Altre ben più faticose soluzioni devono essere trovate al più presto dal mondo degli adulti educatori fatto da genitori ed insegnanti, non le aspettiamocele da un decreto.
Cominciamo ad aprire gli occhi: il cento per cento dei ragazzi che escono da una discoteca hanno ecceduto con l’alcool e/o fatto uso di sostanze. Tutti positivi al test sulla droga dice una recentissima notizia. Sono loro. Sono gli stessi che non solo poi troviamo in classe, ma che vivono in casa con noi. Vogliamo rimediare con la condotta?