Gentile Signora Iervolino,
mi scusi innanzi tutto se non la chiamo sindaco, ma vorrei sottolineare che mi rivolgo alla persona e non all’Autorità. Di solito, in questo nostro paese che si sciacqua tanto la bocca con la parola democrazia, alle Autorità ci si rivolge con il cappello in mano e chi scrive, per sfortuna delle Autorità, il cappello non solo non lo porge per raccogliere l’elemosina di un po’ d’attenzione, ma non lo possiede neppure. E alle persone, anche se momentaneamente vestite di Autorità, si rivolge come contempla la Costituzione: da cittadino a cittadino. Ed è in questa umile ma dignitosa veste che vorrei esprimerle il più profondo stupore per una sua risentita affermazione: “Le mie mani sono pulite al cinquecento per cento”. Non tira buon vento per i pubblici amministratori: cattive notizie da Pescara, pessime dalla Lucania. Ma mi piace immaginarla ben al riparo da refoli, brezze e burrasche. Sono dunque al cinquecento per cento d’accordo con lei: le sue mani sono pulite, anzi disinfettate, addirittura sterili. Ma, scusi, che cosa c’entra questo con la sua permanenza su una poltrona dalla quale, a parere largamente diffuso, se non addirittura unanime, lei avrebbe dovuto da tempo alzarsi? Finora nessuno ha mosso seri e documentati addebiti alla sua correttezza come sindaco e come figura della politica italiana. Se un piccolo appunto posso permettermi di muoverle sul piano etico, riguarda proprio questo modesto trucchetto dialettico – peraltro molto frequente nel milieu politico italiano – di protestare un’innocenza che non è mai stata messa seriamente in discussione, con l’effetto di fuorviare l’attenzione dal vero nòcciolo della questione. Strano, gentile signora Iervolino, che anche persone di formazione umanistica come lei dimentichino così facilmente il vecchio brocardo latino: “excusatio non petita, accusatio manifesta”. La ragione per la quale – a trascurabilissimo parere personale di chi scrive e a ben più rivelante orientamento di larghissima parte dell’opinione pubblica – lei avrebbe dovuto abbandonare già da tempo la carica che ricopre, non sta nel grado di nettezza delle sue mani: sappiamo tutti che lei non è stata neanche sfiorata da avvisi di garanzia. Ma sta nel non brillante uso che – stando alla oggettiva constatazione dei risultati – delle sue pulitissime mani ha finora fatto. La sua incompatibilità col ruolo non sembra una questione di “pulizia”, ma – per restare nella sua perifrasi – appunto di “manualità”. Due cose diverse. Converrà che sarebbe abbastanza comico se un chirurgo, di fronte al paziente morto sotto i ferri, si difendesse rivendicando l’impeccabile sterilità delle proprie mani guantate. Lei, gentile signora Iervolino, si trova con mani pulitissime a capo di una Giunta un po’ azzoppata, perché un assessore ha preso il volo – trattandosi di un Cardillo – e si è dimesso per un’improvvisa disaffezione da cifre e bilanci e un altro assessore, indagato e arrestato, si è tolto la vita impiccandosi. È di questi giorni la notizia che il crollo dell’affluenza turistica di Napoli e Campania è stato così sensibile, da riflettersi sulle statistiche nazionali delle visite ai musei. In tutte le statistiche comparate fra le maggiori città italiane, Napoli viene ai primi posti per i costi e agli ultimi per l’efficienza: e sono statistiche non politiche ma tecniche, contenute nelle ricerche del Politecnico di Milano e dell’Ufficio studi di Mediobanca. Non è una opinabile “sensazione”, dunque, ma una realtà matematicamente riscontrabile, che Napoli sia scesa in questi ultimi anni a un livello infimo di qualità della vita (sicurezza, asili, assistenza anziani, traffico, edilizia popolare, trasporto pubblico e – clamorosa storia – nettezza urbana), a fronte di costi spaventosi che hanno indebitato il Comune oltre ogni ragionevole previsione. E chi deve rispondere di un simile progressivo disastro – all’opinione pubblica, agli elettori, ai cittadini – se non il vertice, il rappresentante in capo, il Numero Uno di una così improvvida e mal funzionante struttura politicoamministrazione? E come riconoscere l’indiscutibile “responsabilità oggettiva”, se non ammettendo che i risultati sono stati drammaticamente inferiori alle aspettative e passando per ovvia conseguenza la mano? Non sono i “gruppi di pressione” che vogliono scalzarla, sono i risultati. Non basta essere a posto con le leggi – un obbligo, non un titolo di merito – per pretendere di continuare a gestire un’amministrazione che fa acqua da tutte le parti. Lei è stata eletta da una maggioranza di cittadini, ma può in tutta coscienza sostenere di averli soddisfatti e di aver migliorato le loro condizioni di vita? L’efficienza di un pubblico amministratore non si valuta solo con la legittimità formale dei suoi atti, ma soprattutto con la quantità e qualità dei risultati raggiunti. Si legge e si sente dire sempre più spesso che, con una Napoli nella situazione in cui versa e una Campania nella situazione in cui è ridotta, in nessun paese normale lei, signora Iervolino, e Bassolino sarebbero ancora al loro posto. Lo sente dire anche lei, immagino. E immagino che questo tormentone, nonostante l’indiscussa pulizia delle sue mani, non la metta in una condizione molto piacevole: del resto, anche lei ha occhi per guardarsi intorno e per leggere i dati dei bilanci. Perché vuole opporre a una realtà così poco lusinghiera una così ostinata resistenza? Che cosa le fa ritenere che la sua permanenza a Palazzo San Giacomo sia utile a Napoli e ai napoletani? Proprio perché le sue mani sono pulite al cinquecento per cento, e il suo ritiro non potrebbe essere in alcun caso equivocato per latitanza, faccia un gesto anomalo in un paese anomalo: si dimetta. La sua uscita gioverebbe a Napoli più di quanto le abbiano giovato – stando alla oggettiva valutazione dei risultati – la sua entrata e la sua immacolata ma non felicissima “manualità”. Non si preoccupi. Il suo ritiro non sarebbe una fuga, ma un atto d’amore verso la sua città e i suoi concittadini. Vivo da mezzo secolo lontano da Napoli ma, se ricordo bene come siamo fatti noi napoletani, penso che, vedendola uscire senza più fascia tricolore da quel meraviglioso ricamo di ferro battuto che è il portone del palazzo San Giacomo, Napoli sarebbe disposta perfino a tributarle un applauso. Per grazia ricevuta.
